Messaggero di lunedì 6 luglio 2009, pagina 1
L'Iran e il mondo che resta a guardare
di Aznar José_maria

Verso il G8 L'll{AN EILMONDO CE RESTA A GUARDARE di JOSÉ MARIA AZNAR Lèuna nazione guaisiasi. Erede dell'impero persiano all'interno di un mondo arabo del quale si sente superiore. Di maggioranza sciita in una galassia islamica di egemonia sunnita e per questo profondamente disprezzato da vicini che Io considerano un'interpretazione eretica, del Corano. Islamico e islamizzante da quando, nel 1979, l'ayatollah Ruhollah Khomeini si impadronì del potere dando al Paese un'impronta messianica ed espansionista, nell'assoluta convinzione che la lettura fondamentalista dell'Islam non solo fosse quella giusta, ma che dovesse anche imperare in tutto il mondo, e rivoluzionaria, poiché le sue ambizioni trascendevano di gran lunga i confini regionali ponendosi come una sfidaall'ordine internazionale costi- tinto e alla supremazia occidentale e nordamericana.

E molto importante tenere a mente queste considerazioni al mo,mento di giudicare i comportamenti interni e internazionali dei dirigenti iraniani, a cominciare daKhomeini fmo a quelli attuali. Il khomeinismo, in buona sostanza, è lo spirito rivoluzionario islamico sia sul fronte interno. vedasi la rigida applicazione della sharia, che su quello internazionale, attraverso l'esportazione della rivoluzione islamica, pi vivo che mai a trent'anni dalla rivoipzion del 1979 e a vepti dalla morte dello stesso Khomeini.

Il Paese, tuttavia, non è pi lo stesso. Per esempio, pi della metà dei suoi 70 milioni di abitanti non erano ancora nati quando Khomeini istaur la Repubblica islamica dell'Iran quale regime successore della monarchia imperiale dello Scià. inoltre, la maggioranza degli iraniani ancora gattonava quando l'ayatollah morì nel 1989 egli succedette, non senza traumi, l'attuale leader supremo Ali Kl'iamenei. Si spiega così la disaffezione di tanti giovani verso un regime che non offre alcuna prospettiva, mi sociale nè professionale.

Ebbene, ci a cui stiamo assistendo in Iran dopo le elezioni va ben oltre il dato puramente anagrafico. Già nel 2003 il regime si era trovato alle prese con grandi proteste degli studenti iraniani, represse con particolare durezza tanto che per molti dì loro l'esito fu l'esilio, il carcere o il cimitero. Ma alla base della rivolta giovanile di oggi c'è un altro fattore, forse pi importante ancorchè non altrettanto visibile: le forti tensioni e divergenze all'interno del regime.

E un fenomeno, questo, mai visto finora se considerato nella sua odierna portata.

Essere al fianco di chi lotta per la libertà è un obbligo morale che nessun leader occidentale dovrei>. bedimenticare. Di fronte alla bnatale repressione attuata da un regime la cui storia è macchiata di sangue, non vi è spazio per titubanze o considerazioni dettate da una malintesa realpolitik. La cosa pi realista è chiarire fino in fondo quali sono i limiti che il potere non deve mai superare.

Così come per Cuba è possibile accettare una transizione verso la democrazia e mai una dittatura ereditaria, gli ayatollah devono sapere che proseguendo sulla strada della repressione andranno incontro solo ad altre sanzioni ea un pi forte isolamento internaziona le. Devono rendersi conto, inoltre, che il mondo li sta guardando enon solo perquello che fannonei confronti degli studenti. L'Iran si è caratterizzato per i metodi a sua disposizione usati per espandere la propria influenza nella regione. Ne sono esempi flagranti ezbollah in Libano e amas nella Striscia di Gara. Negli ultimi anni non ha lesinato minacce contro i suoi vicini e, nel caso d'Israele, le parole del suo attuale presidente, Mahmud Afimadinejad, possono essere sicuramente considerate come un incitamento al genocidio.

Per questo, non è sufficiente, sebbene sarebbe necessario chie dere un nuovo conteggio de voti. Nè lo sarebbe, sebbene si tratterebbediuna sconfitta piuttosto greve per il regime, chiedere una nuova tornata elettorale. Nell'iran degli ayatollah è fin troppo evidente che elettoralcrazia non è sinonimo di democrazia: le elezioni in Iran, lo sappiamo bene, sono soggette a talmente tanti controlli interni da risultare una farsa.

11 problema iraniano non sta solamente nelle frodi delle passate presidenziali e neppure nella repressione violenta con la quale le autorità tentano di soffocare le voci del malcontento. ll vero problema sta nell'essenza stessa del regime. Quello instaurato da Khomeini non pu che essere islamico, teocratico e brutale e non ammette riforme: si pu solo mmbiarlo.

ll peggio è che il regime non è riformabile: la filosofia che lo ispirarende impossibile qualsiasi ipotesi di cambiamento. Prendiamo ad esempio il programma nucleare: bloccato nel 1979, Khomeini lo resuscita dopo essere stato costretto a firmare la pace con l'iraq senza esser riuscito a eliminare Saddam ussein, Da quel momento, l'uomo che oggi impersona la speranza del cambiamento, ossia Mir ussein Mussawi, sazi uno degli artefici dell'avvio del programma e grande difensore della bomba sciita durante la sua carica di primo ministro di Khomeini, Inoltre, un autentico moderato come Khatami non aveva rallentato il programma nucleare nonostante gli sforzi compiuti per esercitare un maggiore controllo sul progetto atomico. E lo sprint fmale lo sta compiendo negli ultimi anni l'ultraradicale Ahmadinejad. Dunque, l'Iran ha portato avanti il programma nucleare con gli uni come con gli altri, fossero moderati o radicali, religiosi o laici, Quindi, se, come tutto sembra indicare, il regime uscirà rafforzato da questa crisi e Ahmadinejad continuerà ad essere il presidente, l'Iran proseguirà diritto verso lo scontro. Al contrario, se gli ayatollah chc vedono in Ahrnadinejad colui che potrebbe causare la di- *** costitinto struzionedellarivoluzione islamica continueranno nell'opera di sgretolamento del regime per portarlo su un versante moderato, alloraun cambiamento sarà possibile, anche se difficilmente si modificheranno gli obiettivi. L'unica vera alternativa è quella offerta dagli studenti e da buona parte della popplazione urbana: una vera apertura e la sostituzione della repubblica islamica con una repubblica democratica. Questa sarebbedifatto l'unica possibilità di un ritorno dell'iran sulla scena mondiale come nazione uguale a tutte le altre.

In questi frangunti è urgente che le democrazie liberali diano chiari segnali di essere al fianco dell'opposizione contro la repressione e la politica ingannevole delle autorità iraniane. il timore di essere accusati di interventismo nasconde soltanto una paura ancora pi grande, quella di dover fare di pi . Ma se il mondo si accontenterà di restare a guardare, quello che si vedrà sarà un bagno di sangue e un tugime aricor pi radicale e minaccioso. I nostri sguardi, per quanto a noi potessero sembrare minacciosi, non hanno mai impressionato i capi iraniani. Dovremmo averlo capito dopo trent'anni dikhomeinismo.

***