De Rita: il lavoro stabile ha senso solo nelle micro-imprese Ma è la precarietà che ci fa progredire ELENA POLIDORI ROMA «11 posto fisso ha senso solo nel settore privato, per le micro-aziende. E' indispensabile nei lavori di qualità, di ricerca. Ma per il comparto pubblico no: aveva legittiinazione solo a fine ()ttocento». Così parla il sociologo Giuseppe De Rita, gran teorico della flessibilità.
Cos'è, un passo indietro, il suo? «E un distinguo. Io per esempio, che faccio ricerca, preferisco avere intorno la stessa gente anziché ronde umane che cambiano ogni volta. Nella realtà italiana, quella delle piccole imprese di qualità e delMade in Italy, è altrettanto importante avere persone garantite in modo continuativo, Sulpiano micro ilposto fisso non è un disvalore e neppure una bestemmia.Malo èsulpianomacro».
Cioè per il settore pubblico?
«Si. Alleorigini il posto fisso rappresentava una forma di garanzia delrilievo pubblico della funzione. Poi per , si è trasformato in privilegio e tutto è finito a pallino. Diciamo che sul piano macro il mcccanisino della non precarietà non dà risultati».
Si spieghi meglio.
»C'è un testo del pensatore aim Baharier secondo cui dobbiamo ricordarci che per gli ebrei c'èunafesta fondamentale: èlafesta delle capanna, per segnalare che bisogna vivere lavita sapendo che siamo lontani dalla sicurezza. Del resto una interpretazione talmudica dell'ultimo comanda- mento, invece di suonare come per noi non desiderare la roba d'altri suona non desiderare la casa . Gli antichi quindi ci insegnano che dobbiamo saper convivere con la precarietà, senza certezze stabili. La precarietà èlamolla che ci rende capaci di andare avanti senza restare attaccati. Al dunque, ci dà la forza. Questo scritto nonacaso siintitola una capanna ci salverà».
Non è una visione un po' romantica?
»Sarà romantica, ma è così. La precarietà non è lo tsunami. E' ci che devo fare sapendo che deve arrivare uno tsunaini domani. C'è un'etica della responsabilità nel precariato e questo è ci che conta. Io stesso sono un precario: se non trovo il modo di fare il mio budget annuale, chiudo. Dunque, mirimbocco le maniche perfarcela».
Crede che possano capirla i 3,5 milioni di precari italiani? Non pensa che per loro questa condizione sia solo un fantasmone che gligravaaddosso?
»Si, è anche un fantasmone, ma è salutare. Lo vedo coni mieifigli, a loro volta precari. Osservandoli capisco che usciranno da questa condizione con pi grinta e pi tigna. Dunque, saranno pi forti. Se invece restano ad aspettare che qualcuno gli dia il lavoro...».
Ma la sua idea della flessibilità, dove è andataafinire?
»Molto di quello che è precario dà flessibilità. Nella flessibilità c'è precarietà (insieme al lavoro sommerso, temporaneo, al secondo lavoro, a quello straordinario). E questa non è una condanna del Cielo, ma un modo di sentire la vita. Inutile nasconderlo: la flessibilità e la precarietà sono valori, opportunità, sfide ».
Lei distingue tra privato e pubblico. Tremonti e Berlusconi non fanno differenze.
»Affari loro. Io dico la mia. Ma segnalo che il ministro fa bene a porre la questione. Egli del resto è uno dei radar pi funzionali di ci che avviene nel paese».
Anche la flessibilità è un valore, una sfida. Se aspettiamo che qualcuno ci assicuri il lavoro stiamo freschi...
*** comandamento,